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PIZZA TROPPO CARA? Dipende dai punti di vista.

Lo sappiamo, stiamo toccando un punto molto dolente e imbarazzante per noi da trattare visto la nostra posizione e gli obbiettivi preposti dal nostro portale, ma promettiamo che cercheremo di essere molto parziali nel raccogliere le informazioni relativi all'argomento e soprattutto tenendo conto di tutti i punti di vista.

Inoltre vorremmo sapere cosa ne pensate dell'iniziativa, sia che siate consumatori che operatori del settore e se reputate effettivamente eccessivo il costo della pizza, segnalateci i casi più estremi di costi elevati.

Verranno considerate tutte le opinioni e le idee da voi inviate alla nostra redazione e pubblicheremo quelle che riterremo più opportune a condizione che siano firmate e libere da qualsiasi vincolo e condizioni.

L'obbiettivo principale di questa iniziativa è capire se è vero oppure no che la pizza sia troppo cara e se è vero quali sono le cause che hanno indotto tale rincaro.
Non sarà facile ma noi ce la metteremo tutta per cercare di capire e presuntuosamente di risolvere questo dilemma, aggiornando di volta in volta questa sezione fino a che non ci riusciremo.

E voi???? Starete a guardare oppure.....



L'ordine degli articoli inseriti sono in ordine decrescente per data, quindi il primo articolo sottoscritto è l'ultimo inserito.


Pizza più cara a Novembre

A Bari va a pari passo con il Gasolio

Inviato da Nicola Savino

Bari, 01-12-09 - Sarà per le feste in arrivo e per le grandi spese che comportano, in un mese l’inflazione dei prezzi al consumo a Bari è salita dello 0,1%.

Stando ai risultati statistici, a novembre si è registrato un lieve incremento rispetto ai mese di ottobre. Questo vuol dire che ci sono stati significativi aumenti nei prezzi, specie in alcuni capitoli di spesa: ad esempio nel settore dei trasporti, in cui il gasolio per auto segna una crescita del 3,8% in più; o nella ristorazione dove è la pizza ad essere diventata più cara, registrando un aumento del 2,1% nel listino prezzi.

Variazioni negative, e quindi meno soldi da sborsare per i consumatori, si sono registrate invece nelle bollette di luce e acqua, nei servizi sanitari, e in abbigliamento e calzature. Altri incrementi nei costi di bevande alcoliche e tabacchi, istruzione e altri beni.



La crisi è servita: una margherita per due. Serate low cost: la pizza si divide

I ristoratori: prima erano solo i pensionati a chiederla ma ora il fenomeno si è allargato

Inviato da Paolo

Roma, 19-09-09 - In una pizzeria a Monteverde Nuovo hanno cominciato a vedere sempre più spesso coppie di anziani che timidamente si siedono al tavolo e chiedono una bottiglia di acqua minerale e una margherita. Una in due. «Poi vediamo...», aggiungono. Ma il poi non c’è mai, una pizza in due può bastare.

Hanno capito che la crisi stava mordendo quando non solo chi campa con pensioni ben sotto i mille euro, ma anche i pischelli - fidanzati o amici - hanno cominciato a chiedere: «Una margherita in due, si può?». «Si può, che possiamo fare?», allargano le braccia nelle pizzerie.

Nella zona di piazza Navona hanno compreso che i famosi scatoloni della Lehman Brothers avevano a che fare anche con il taccuino delle ordinazioni, i menu e i conti, quando anche la coppia di ragazzi giapponesi, sempre molto educati, ha iniziato a chiedere una pizza in due. E quando i turisti italiani sono andati oltre, invece della coca o della birra, della minerale o dell’aranciata, hanno cominciato ad accontentarsi «dell’acqua del rubinetto». Ecco, se una delle parole chiavi, come ha scritto l’Economist, del decennio che si sta chiudendo è low cost, gli effetti si vedono ogni giorno pure nelle pizzerie e nei ristoranti romani.

Nazzareno Sacchi, oltre a essere presidente di Fipe Confcommercio Roma, è titolare di un locale in piazza Risorgimento. Spiega: «Con i colleghi abbiamo visto il fenomeno aumentare nell’ultimo anno. E’ crollato il valore medio delle ricevute, delle consumazioni ai tavoli. Vale per i clienti romani, vale molto per i turisti. Parliamo di un calo compreso fra il 30 e il 50 per cento. Il problema è che per noi l’organizzazione del locale e il costo del personale è lo stesso sia che ci ordinino antipasto, primo, secondo, dessert e limoncello, sia che ci chiedano una pizza in due e un bicchiere d’acqua del rubinetto...».

Una pizza in due: viene in mente il “re della mezza porzione”, reso celebre dai protagonisti di “C’eravamo tanto amati” - Satta Flores, Manfredi e Gassman con l’aggiunta della Sandrelli - che affrontavano le difficoltà economiche del dopo guerra chiedendo puntuali la mezza porzione in trattoria. Siamo tornati indietro? Gianni Ambrosetti è titolare della pizzeria Rosso Vino, Monteverde nuovo: «Il fenomeno di “una pizza in due” è evidente. Ed è vero che è aumentato nell’ultimo anno. Ci sono i problemi economici che stanno vivendo le famiglie romane, ma c’è forse anche altro, se vogliamo vedere il lato meno negativo della medaglia. Si tende a evitare gli sprechi. Magari non si fanno più le abbuffate di una volta. Però una cosa è certa: si spende sempre meno a tavola. Lo fa la coppia di pensionati, che chiedono una pizza in due e aggiungono il “poi vediamo...”, lo fa magari la coppia di studenti che deve risparmiare. Molto più che in passato».

Altro punto di osservazione, la zona di piazza Navona. Pensare che sempre lì c’è il ristorante dove ai due turisti giapponesi è stato portato un conto da infarto di oltre 500 euro... «Ecco, è davvero difficile da comprendere, visto che ormai anche i giapponesi sono diventati attentissimi, hanno un cambio sfavorevole. E viaggiano gli under 30. Anche loro sono fra i primi che ti chiedono una pizza in due. Altri che lo fanno spesso sono gli spagnoli, abituati a viaggiare low cost. Eppure, una margherita da noi costa 5,5 euro, non un capitale...», racconta Diana Russo, del Ristorante Navona Notte. D’altra parte, se hai pagato il volo da Barcellona magari 2 euro sfruttando qualche offerta, poi resti ligio alla regola che si deve spendere poco. Infine, c’è l’acqua del rubinetto, che a Diana Russo davvero non va giù.

«Non è tanto per i mancati incassi - racconta la titolare del locale vicino a piazza Navona - ma perché lì avverti davvero gli effetti della crisi sulle famiglie. Lo fanno molto i turisti italiani, ci chiedono l’acqua dal rubinetto, anche se la minerale costa solo 2 euro. Se c’è una famiglia - papà, mamma e due bambini - ormai è la regola: una volta si prendevano quattro pizze, oggi solo tre e si divide. E spesso si beve acqua del rubinetto». «Guardi - spiega Sacchi - che a volte ci è capitato anche di servire dei tavoli con tre ragazzi che ci chiedevano una pizza. Sa qual è il verbo che ho dovuto imparare in inglese? To share. Dividere. Ci dicono: una pizza, poi dividiamo...». Dopo il car sharing, il pizza sharing. Tutto per colpa di quegli scatoloni della Lehman Brothers, un anno fa, a New York.



Pizza, più è semplice più costa

Inviata da Nicoletta

Italia, 05-11-08 - Più sono povere e più costano. Sono le pizze classiche: la margherita (solo pasta, mozzarella e pomodoro) e la rossa (solo pasta e pomodoro), per non parlare della semplice focaccia (solo pasta). Dal 2007 ad oggi sono aumentate rispettivamente del 10,4%, dell’11,4% e del 13,3%. Molto di più delle pizze elaborate dove gli aumenti si contengono entro il 6%.

Il paradosso è stato registrato da un’indagine dell’Adoc, che lamenta come un menu medio composto da pizza, un fritto e una birra costa 12,70 euro, il 4,5% in più dello scorso anno. Anche tra i fritti, sottolinea l’Adoc, quello più colpito è il modesto fritto di baccalà il cui prezzo è aumentato del 10%. Ma il dato più preoccupante è il confronto con il 2001. Dall’introduzione dell’euro ad oggi il costo di una margherita è cresciuto del 103%, sette anni fa costava 2,60 euro, contro i 5,30 attuali. Insomma «una mazzata» che penalizza duramente soprattutto i giovani e le famiglie a medio-basso reddito, che per uscire qualche sera puntano sulla classica accoppiata «fritti e pizza».

Nonostante i rincari, le pizzerie vedono incrementare le loro presenze del 2% mentre gli avventori di un ristorante medio sono diminuiti del 25% e quelli di un ristorante etnico del 17%. In crescita anche il fenomeno dell’happy hour che spesso si trasforma in una mini-cena low cost al prezzo medio di 6,5 euro



Caro-Pizza: è guerra tra le associazioni

Inviato da Barbara

Milano 29-08-08 - Pizza margherita a 3 euro e 50 manco parlarne. Contrario alla proposta lanciata da Sergio Miccù dell’Associazione pizzaioli napoletani contro il caro-prezzi è Antonio Pace presidente dell’Associazione verace pizza napoletana e dei commercianti partenopei.

E’ guerra aperta insomma tra le associazioni di categoria, divisi sull’opportunità a meno di stabilire un prezzo politico del più tradizionale piatto partenopeo per calmierari i prezzi, che oscillano da tre euro fino a sette euro o addirittura dieci se si acquista in una città del nord. A sostenere il popolo dei contrari è Antonio Pane. La questione infiamma, proprio nel momento in cui si fa sempre più concreta l’attribuzione da parte dell’Unione europea del marchio Stg alla pizza margherita.

Intanto sulla questione si dividono i titolari delle pizzerie. C’è chi sostiene l’impossibilità di sostenere un prezzo così basso per via dei costi dei prodotti di qualità come l’olio dop e la mozzarella di bufala, e chi invece crede che trattandosi di un piatto nato povero debba essere venduto a prezzi contenuti



< Pizza gratis a napoli contro la speculazione >

L'iniziativa del consorzio dei pizzaioli per difendere la qualità del prodotto e contro chi alza troppo i prezzi



LA7.it: Servizio di Luigi Ermetto - 28/08/2008


Il carovita

Inviata da Ugo Cortesi

Italia, 10-12-07 - Passa il tempo e cala il portafogli. Non è una novità che da quanto abbiamo adottato l’€uro il potere di acquisto di stipendi, salari e pensioni è diminuito di oltre il 50% a causa del fatto che le attività commerciali hanno adottato l’equazione: 1 €uro = 1000 mille lire. Non essendo quindi aumentate in proporzione, le retribuzioni ai dipendenti ed ai pensionati, il potere di acquisto è notevolmente diminuito, ampliando peraltro il numero di famiglie che stentano ad arrivare a fine mese.

Ho saputo che è stata costituita una Autority per il controllo dei prezzi. Questa Autority però non ha alcun potere. Quindi, come tutte le Autority non conta niente se non a creare ulteriore burocrazia, privilegi e costi. A parte il concambio sbagliato Lira-€uro in 1936,27 anziché circa 1.300 come la storia (di soli 6 anni) ci ha insegnato, ho un forte dubbio sulla volontà di risolvere o almeno arginare il problema. E pensare che sarebbe molto semplice, se non elementare. Le retribuzioni hanno subito un aumento sulla base dell’inflazione programmata, o almeno dovrebbero essere state adeguate in questo modo.

Negli ultimi sei anni (dal gennaio 2002) l’inflazione programmata è stata di circa il 12% e volendola capitalizzare possiamo indicarne l’indice in 13,50%. Se si volesse quindi mantenere il potere di acquisto in detti termini si dovrebbero aumentare i costi dei prodotti nella stessa percentuale. Faccio il tipico esempio della pizza margherita. Nel gennaio 2002 costava 3.500 lire, quindi se la aumentiamo del 13,5% oggi costerebbe 3.973 che tradotti in €uro sarebbero 2,05. Provate di acquistarla poi mi sapete dire.

Prendendo quindi come base i prezzi al 1.1.2002 ed aumentandoli dell’inflazione programmata li si potrebbero ricalcolare tutti e farne un punto di partenza, in €uro, al 1.1.2008, data dalle quale dovrebbero subire annualmente, un aumento non superiore a quello dell’inflazione programmata o della media di livellamento delle retribuzioni. La cosa è molto semplice, non servono Autority, burocrazia, maree di dipendenti pubblici, ma un paio di persone, in un paio di giorni, con un paio di computer potrebbero risolvere questo problema italiano.

Mi spingo oltre. Se dalle varie Regioni mi trasmettono per E-mail i prezzi al 1.1.2002 dei beni al consumo, io glieli rielaboro immediatamente e gratuitamente. Però sono sicuro che non si può fare perché essendo troppo semplice, prima bisogna trovare un qualcosa per complicarlo, poi dopo diversi convegni, costituire Autority e Commissioni con tanto di Presidenti, segreterie, auto blu, e mangia pane a tradimento, si dovrebbe decidere il da farsi, purché passi qualche anno altrimenti non lo si potrebbe giustificare. Cosa volete! Noi italiani siamo fatti così, ma alla fine chi lo prende in quel posto sono sempre gli stessi. E se nessuno dice niente vuol dire che gli va bene e si diverte.




Pizza: ma quanto mi costi? Un rincaro del 790%

Comunicato stampa ADUC

Roma, 30-09-07 - Pizza, ma quanto mi costi?! Il prodotto tipico per eccellenza del nostro bel Paese ci riserva una bella sorpresa perche' abbiamo fatto una analisi dei prezzi e i ricarichi sono stratosferici: + 790%. Abbiamo fatto il calcolo dei costi dei componenti della pizza margherita. I componenti classici: acqua, farina, lievito, sale, pomodoro, mozzarella, basilico, olio di oliva. Vediamone il costo per una pizza margherita, dal peso medio di 210 grammi (1).

* Impasto per il disco (acqua, farina, lievito, sale)... 0,1 euro .. grammi 180
* Pomodoro ........................................................ 0,07 euro .. grammi 75
* Mozzarella............................................ .............0,30 euro .. grammi 70
* Basilico ............................................. ...............0,20 euro .. grammi 10
* Olio di oliva........................................... ...........0,06 euro .. grammi 15

TOTALE...............................................................0,73 euro

Dunque il prodotto costa 0,73 euro ma viene fatto pagare nelle pizzerie mediamente 6,5 euro, con un ricarico del 790%!!! E' ovvio che al costo del prodotto base, il disco, devono essere aggiunti i costi di gestione e il guadagno del gestore, ma un ricarico del 790% e' fuori da qualsiasi logica di mercato!
Primo Mastrantoni, segretario dell'Aduc

(1) Il peso della pizza subisce una diminuzione durante la cottura per l'evaporazione dell'acqua




Pizza: sempre più estera e più cara

Aumentano le importazioni degli ingredienti (+54%) e si impennano i prezzi del piatto tipicamente italiano

Inviato da Silvio

Milano 27-09-07 - I rincari del prezzo dei cereali potrebbero dare un colpo alla tradizione della pizza, che già vacilla nella fiducia degli italiani, sempre più dubbiosi su ciò che viene propinato.
Gli ingredienti del cibo “nazionale” stanno facendo registrare una impennata nelle importazioni degli ingredienti, con un aumento degli arrivi dall'estero del 54% per conserve di pomodoro e del 31% per l'olio di oliva, mentre il mercato è invaso da mozzarelle taroccate ottenute da latte, paste fuse e cagliate provenienti da Paesi UE ed extra UE.

E' quanto afferma la Coldiretti sulla base dei dati Istat relativi al primo semestre del 2007. Ma non sembra che l’importazione degli ingredienti a prezzo più basso dei prodotti nazionali abbia contribuito a calmierare il prezzo della pizza. Per essa, uno studio dell'Aduc ha calcolato un aumento del 790% del prezzo di vendita rispetto al costo degli ingredienti.
Ci sarebbe quindi, nell’interesse dei consumatori, ma anche dei “pizzaroli”, che potrebbero vedersi sgonfiare un mercato che tira, lo spazio per utilizzare prodotti locali, anche se più costosi, senza aumentare i prezzi.

Ovviamente, come ha rilevato Coldiretti, “occorre dare la possibilità ai consumatori di fare scelte di acquisto consapevoli fondate sulla conoscenza della provenienza dei cibi acquistati rendendo obbligatoria l'indicazione di origine in etichetta per tutti gli alimenti. Anche per i prodotti base della dieta mediterranea occorre dunque completare - continua la Coldiretti - il percorso già iniziato a livello europeo, dove sono state adottate le norme per l'etichettatura di origine della carne bovina a partire dal primo gennaio 2002 dopo l'emergenza mucca pazza, per l'indicazione della varietà, qualità e provenienza dell'ortofrutta fresca, il codice di identificazione delle uova a partire da gennaio 2004, il Paese di origine in cui è stato raccolto il miele dall'agosto 2004, mentre in Italia è stata prevista, grazie alla mobilitazione della Coldiretti, l'etichetta di origine anche per il latte fresco dal giugno 2005 e per la carne di pollo dal 17 ottobre 2005”.




PIZZA Fest 2007

Lopa: Acqua, farina, olio e… quando la materia prima è di qualità

Napoli 04-09-07 Comunicato Stampa Mipaaf - Dominatrice incontrastata nel gradimento dei consumatori e perla di sintesi della dieta mediterranea. Pilastro rappresentativo delle produzioni agricole campane e italiane; occasione ghiotta per un momento conviviale; pietanza identificativa del luogo e del territorio in cui viene realizzata: la pizza.

Cosi è intervenuto il rappresentante della D.G.Q. del Mipaaf, Rosario, alla presentazione di questa mattina, a Palazzo S.Giacomo di Napoli, della XII edizione del PizzaFest, che si terra alla Mostra D’Oltremare. La ricerca delle tradizioni e delle evoluzioni di questo piatto, continua l’esponente del Mipaaf, per esaltare quegli elementi agricoli che la rendono così unica ed apprezzata in Italia e nel mondo. Quei sapori e principi dietetici del mediterraneo che, nonostante l’azione denigratoria e oltraggiosa di alcuni americani dell’ultima ora, rimangono intoccabili nell’immaginario collettivo del buon nutrirsi. Parte da qui l’idea della D.G.Q del Mipaaf, guidata dalla dott.ssa La Torre,di coniugare pizza, tipicità e qualità dell’agricoltura, creando un binomio inscindibile della tradizione napoletana e italiana.

Del resto, La pizza, sottolinea Lopa, è buona quando, per realizzarla, si utilizzano prodotti di qualità che la rendono oggetto di studi nutrizionali e terapeutici.E proprio questo principio che evoca memorie Lapalissiane, lavoriamo con impegno per la valorizzazione dei prodotti tipici e di qualità che troverà il proprio culmine nella edizione 2007, invasa dalle migliori produzioni agricole campane, da produttori ed ancora da cuochi e pizzaioli professionisti e pluridecorati che si confronteranno.

Naturalmente, ha concluso Lopa, stiamo lavorando per non far lievitare i costi della Pizza, garantendone la qualità e il consumatore.



Andare a mangiare una pizza? Roba da ricchi!

Inviato da Sara

Milano 11-05-07 - Oggi facciamo un po' di conti in tasca a noi cittadini. Sarà ovvio e banale dirlo ma da quando siamo passati dalla lira all'euro la nostra vita è diventata decisamente più "cara". Ed è sempre più difficile riuscire a risparmiare. Non sarà colpa dell'euro in sè, fatto sta che i prezzi - soprattutto dei beni di consumo - sono praticamente raddoppiati.

Oggi lo spunto ci viene offerto da un post di Mariano Pierantozzi:

"La pizza è uno dei cibi più amati dagli italiani e quindi anche uno dei più venduti. Si usa dire, quando si vuole uscire con degli amici senza troppo impegno: "ci andiamo a mangiare una pizza".

Da qualche tempo, però, e con precisione dall'entrata dell'euro la pizza lievita non solo naturalmente, ma lievita anche il suo prezzo! Si raggiungono cifre esorbitanti come 10 euro per una pizza e se ci aggiungiamo una birra ed una porzione di patatine lasciamo in pizzeria quasi 20 euro.

Sarebbe curioso fare un censimento nelle vairie zone d'Italia e conoscere con esattezza il costo della pizza; ecco perchè voglio lanciare l'appello: "Pizzerie con margherita a basso prezzo". Vediamo se ne conoscete. Lasciate nei commenti il luogo ed il nome della pizzeria e naturalmente il prezzo".

Se volete, potete leggere i dati ufficiali della Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) sugli aumenti del costo della pizza: "Se Brescia fa notizia per l’aumento del 77,66%, va precisato che il prezzo dopo l’aumento (da 4,33 a 7,70 euro) è comunque più basso di quello di Milano, la più cara, con 9,46 euro, Venezia (€8,94), Padova (€8,48) e Roma (€8,37). La pizza più economica si mangia a Reggio Calabria (5,43 euro contro i 5,51 dell’anno precedente, per una variazione negativa dell’1,48%). Seguono nella lista delle pizze economiche Napoli (€5,91) e Potenza, nonostante questa città sia nell’elenco dei rincari (€5,99 contro i 5,73 euro del 2006). Ancora una volta è però Campobasso ad imporsi per il maggior ribasso con una variazione del 14,49%: lo scorso anno per la pizza si spendevano 7,5 3 euro, mentre adesso si consuma a 6,44 euro".



SIAB, Pizza amata ma «SALATA»

Sempre più estimatori in Italia e all’estero, ma il prodotto registra un’impennata nei prezzi, cresciuti mediamente di 50 centesimi rispetto allo scorso anno. Il primato negativo spetta a Milano, ma la città con l’incremento più elevato risulta Brescia nel nord Italia e Bari nel sud

Verona 09-05-07 - Al trancio, da asporto o surgelata, la pizza si conferma la «più amata dagli italiani». A Siab, Salone internazionale dell’Arte Bianca (che si conclude oggi a Veronafiere), dove il disco di pasta, mozzarella e pomodoro l’ha fatta da protagonista grazie ad eventi di richiamo internazionale, emerge anche un leggero calo nella vitalità di un comparto che rappresenta ancora la «bandiera» della cultura gastronomica italiana nel mondo.

L’intramontabile «Margherita» mantiene saldamente il primato dei consumi, avanzano però lentamente i nuovi gusti: mais, formaggio caprino, mozzarella di bufala e pomodori Pachino, che si adagiano sempre di più su basi realizzate spesso con impasti senza glutine, adatti a chi soffre di celiachia, o con farina integrale.

Secondo i dati forniti dalla Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe), in Italia attualmente  il consumo di pizze a settimana si attesta sui 56 milioni, ovvero quasi 3 miliardi di pizze consumate in un anno.

Secondo l’Istituto Europeo della Pizza, le pizzerie, in particolare in Italia, non riescono ad uscire dalla situazione di stagnazione causata dall’introduzione dell’euro e degli aumenti indiscriminati introdotti dal settore nella fase della conversione dalla lira alla nuova moneta.

Pizze buone e digeribili, con prodotti innovativi e con servizi moderni e innovativi esistono e sono davvero la «formula di successo» di questo settore, ma sono gestiti solo da una minoranza che rappresenta meno del 5% del mercato della pizza di  oggi.

Unico ingrediente sicuramente sgradito ai consumatori è quello del prezzo, cresciuto in media di 50 centesimi rispetto allo scorso anno. Il primato dei costi più alti spetta a Milano, la città che ha registrato l’aumento più elevato dei prezzi è Brescia e non manca il sud Italia dove – precisamente a Bari – lo scontrino è aumentato del 13,79%.

Ancora una volta uniti, nel nome della pizza.




Fipe-Confcommercio, caffè e pizza il prezzo è giusto?

Articolo spedito da Roberto Aldo Mangiaterra

Milano 28-04-07 - La Fipe-Confcommercio informa che nel settore di riferimento i prezzi sono in discesa. Per quanto riguarda due appuntamenti gastronomici, quotidiani nel nostro Paese...Il caffè in tazza costa meno. E la pizza pure. Ed ora due numeri. Il caffè meno caro viene consumato a Bari a 64 centesimi, mentre nella città di Bolzano si registra il prezzo più alto con 97 centesimi. Per la insostituibile e appetitosa pizza, a Milano costa 9,46 euro con Venezia, Padova e Roma poco distanti. Reggio Calabria invece sembra faccia i miracoli: la pizza costa solo 5,5 euro. Non vi elenco tutti gli altri prezzi per brevità e per evitare momenti di depressione a chi sta leggendo. Però, se prendiamo, in qualche cassetto di casa, c'è ancora, il convertitore Euro/Lira e facciamo due conti, vengono fuori queste cifre.

Il caffè meno caro di Bari, costa 1239,21. Invece a Bolzano è a Lire 1878,18. Passiamo alla Pizza. A Milano "una pizza" viene 18.317,11 Lire. A Reggio Calabria costa "solo" 10.649,49 Lire. Possiamo vedere dai "numeri" che qualcosa non funziona. Sono tutti numeri "anomali", che non rispecchiano alcuna realtà di mercato. Oggi che si parla solo ed esclusivamente di "libero mercato" c'è qualcosa che "non quadra".

Concludendo, non sappiamo chi è, dove alloggia e come mai. Però qualcuno all'anagrafe di nome fa Alì Babà, con tutto il rispetto per Alì Babà. Per i suoi compagni di viaggio, ovvero i 40 Ladroni. Basta tranquillamente aggirarsi per le città del Bel Paese. Per poi trovare chi "permette" ad Alì Babà ed ai suoi amici di fare i prezzi sovraesposti, l'indirizzo è tranquillamente rintracciabile in Rete. E' sempre lo stesso, qualsiasi tipo di governo si avvicendi, l'indirizzo non cambia. Come non cambia, per noi, l'enorme fatica per arrivare alla fine del mese. La famosa "quarta" settimana è ormai diventata un incubo per tutti gli italiani. Abbiamo però tra i tanti poteri, che a volte, non ci accorgiamo quanto sono forti, uno in particolare. Il potere del "portafoglio vuoto". Cerchiamo di usare questo potere, perchè è "incredibile". All'insegna del " se possibile" non spendiamo. Ricordiamoci che è il consumatore che fa girare la "baracca". Riflettiamo fortemente sul "potere del Portafoglio Vuoto" che insieme alla Rete e a tutti noi...Potrebbe cambiare il costo della vita!



L’agroalimentare e l’impatto sui consumatori

Molte novità si susseguono in campo agro-alimentare.

Milano 01-02-07 (IlMeridiano) - Non mancano le proteste, da parte di alcune associazioni, dopo la proposta della commissaria europea all’agricoltura ed allo sviluppo rurale, la finlandese Mariann Fischer Boel, che ha presentato il testo della proposta di riforma dell’Ocm – organizzazione comune dei mercati - ortofrutta, elaborato dal suo staff, in sede comunitaria. La commissaria ha, così, inteso dare una svolta verso una possibile ristrutturazione del settore, per quanto di sua competenza, intervenendo sulla natura degli emendamenti che potranno incidere su misure sostanziali, tra cui il modello disaccoppiato di aiuti, dando maggiore risalto ed importanza alle Op e tentando un piano a tutela dei produttori stessi contro le crisi che attraversano, più o meno ciclicamente, il comparto. Tra gli interventi e le tendenze, si registra anche la volontà di ricercare il rilancio dei consumi, fattore chiave nel miglioramento del volano commerciale e sollecitazione della domanda, ma verranno soppresse le sovvenzioni ed assistenze alle esportazioni. Vi sarà, inoltre, un allineamento del settore ortofrutta alle altre riforme della Pac.

Ovviamente, alcune associazioni, attraverso i propri portavoce, non condividono tali misure ed alcune di queste strategie impostative dell’azione ed indirizzo di governo europeo. Altra interessante inchiesta, apparsa in tv, nei giorni scorsi, su raiuno, che merita, per molti aspetti, un minimo di considerazione ed analisi, è stata quella riferita all’andamento dei prezzi della pizza sia in raffronto tra il 2001, era della lira, e 2006, era dell’euro, che per quanto concerne il costo, per così dire, industriale di una pizza margherita, presa a campione. Orbene, il giornalista, Alessandro Di Pietro, ha rappresentato, con il giusto approfondimento, in maniera corretta e con taglio squisitamente giornalistico, che la Margherita, la Napoli, la Capricciosa e la Quattro Stagioni, solo per citarne alcune, sono passate, rispettivamente, da Lire 5.000, 4.500, 6.000 e 6.500 agli attuali euro 5,50, 5,50, 6,50 e 7,00. Ovviamente, il dato si commenta da sé! Poi, quando si è passati alla trattazione della compilazione del costo di produzione, escluso la mano d’opera, l’indagine ha svelato una serie di aspetti ancor più imbarazzanti. Cioè, una pizza Margherita, mediamente, in termini di materie prime utilizzate, impasto di farina, acqua, sale e lievito, pomodoro, mozzarella, basilico, olio d’oliva e gas o legna per la cottura, costa al produttore circa 1,25 euro.

Ovviamente, plaudo alle iniziative che fanno chiarezza in ambito di commercio ed industria, a tutela di noi consumatori, ed auspico che ci sia sempre maggiore informazione al riguardo. Trasmissioni come Reporter, Mi manda Raitre o questa di Di Pietro sono certamente utili socialmente e tutti noi dobbiamo sostenere l’impegno di tali giornalisti coraggiosi. L’amara considerazione, però, è che, ancora una volta, invece di dare l’impressione di voler fare sensazionalismo, o, peggio, demonizzare la filiera della pizza, si dovrebbero valutare i dati e i numeri non freddamente ma considerando alcuni aspetti, aprendo un dibattito serio, trattando altri punti che la trasmissione non ha toccato, a mia memoria. Innanzitutto, il valore individuale ed il relativo costo del singolo pizzaiolo, la sua qualità professionale ed artigiana di operare e variare, sensibilmente, in termini di culinaria, il processo e la qualità del prodotto finito, che non è standardizzabile, bensì frutto di una realtà che deriva e discende da una tradizione e capacità estremamente personali e lontane nel tempo. Senza considerare che proprio la pizza ha una valenza nazionale connotativa che, in qualche maniera, è un simbolo del nostro paese esportato in tutto il mondo, soprattutto per il pomodoro che la Coopagri sta cercando, insieme agli altri trasformati come pere, pesche ed agrumi, di valorizzare e tutelare, in qualche termine, forse polemico, in contrapposizione al deliberato della commissaria europea, Fischer Boel che, invece, vorrebbe devolvere tale sostegno in favore delle Op. Poi, per andare verso l’aspetto tecnico, non mi è parso di scorgere alcun riferimento alla necessità di qualunque azienda di spalmare i propri costi, fissi e variabili, investimenti, nel conto economico, quindi sul costo, pro capite, di ciascuna pizza venduta.



Mipaf sul caro-pizza. Oltre al prezzo, occhio alla qualità degli ingredienti

Il presidente del Comitato ministeriale per la tutela della Pizza S.T.G. (Mipaf), commenta una notizia sul caro-pizza pubblicata in un quotidiano nazionale: "Ai consumatori consiglio di informarsi sulla qualità degli ingredienti, non solo sul prezzo".

Roma 31-08-06 (Help Consumatori) - La qualità delle pizzerie in italia e nella nostra regione e città ha fatto dei passi in avanti in questi anni. Ad affermarlo è il presidente del Comitato ministeriale per la tutela della Pizza S.T.G. del Mipaf (ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali), Rosario Lopa, commentando la notizia pubblicata ieri da un noto quotidiano nazionale sul "Caro Pizza".
Ammettendo che nelle regioni del nord del Paese i costi anche in questo settore sono aumentati, sia per il proprietario che per i consumatori, Lopa ribadisce che "è ingiusto generalizzare: conosco diverse realtà e so che ci sono pizzerie importanti, che usano materie prime, e anche locali più economici".
Così, ai consumatori il presidente del Comitato consiglia d'informarsi sulla qualità dei prodotti utilizzati, perché capita a volte qualcuno speculi, danneggiando non solo il cliente ma tutta la categoria. "Complessivamente la pizzeria italiana ha fatto passi da gigante negli ultimi 10 anni. In diverse pizzerie - spiega Lopa - il conto è leggermente più alto che altrove, ma proprio in quel caso sono presenti iniziative che garantiscono un'igiene superiore. Sono tutte variabili importanti, come i costi di gestione, l'affitto e la manutenzione del locale che con la legge 626 (ambiente e sicurezza) ha obbligato moltissime pizzerie ad adeguamenti importanti".
Ma la componente fondamentale per il presidente del Comitato resta la tipicità delle materie prime, ricordando che grazie alla Direzione della Qualità del Mipaaf e le associazione di categoria l'Italia ha tutelato la Pizza con il Marchio Europeo S.T.G. (specialità tradizionale garantita): "Il cliente è molto attento a notare quando invece di 4 euro trova la margherita a 5 euro - continua Lopa -, vorrei che con la stessa determinazione giudicasse se la mozzarella fiordilatte è di origine certificata campana o se è al cospetto di una mistura di formaggi fusi di dubbia provenienza, se la farina è biologica o comunque di buona qualità, se la polpa è di pomodoro di San Marzano, se l'olio è davvero un extravergine d'oliva".



Ma la Marinara fatta a Napoli resta inimitabile

Napoli 30-08-06 (il giornale) - La pizza industriale ha superato nelle vendite la pizza verace napoletana? «Ma mi faccia il piacere», risponderebbe il napoletano doc il principe de Curtis, in arte Totò.
Il raffronto non regge per Antonio Pace, un esperto del settore visto e considerato che una quindicina di anni fa ha fondato (ed è presidente) dell'Associazione pizza verace napoletana.
«È come se ci chiedessimo se nelle nostre strade ci sono più auto o più cavalli in circolazione. Parliamo di due cose completamente diverse», dice Pace, titolare di «Ciro a Santa Brigida», una delle pizzerie più antiche di Napoli piantata nel cuore del centro storico.
Signor Pace, neanche un po' di preoccupazione per la ascesa della pizza surgelata?
«Assolutamente no. Non ci troviamo dinanzi ad una questione di preferenze tra l'uno o l'altro prodotto. La pizza napoletana è un culto, vuol dire socializzare, fare una scelta di gusto. E poi, è economica; anche quando è cara, mangiare una pizza costa veramente poco».
Allora la pizza verace non soffre di alcuna crisi?
«Esatto. Pur non avendo a mia disposizione una vera e propria statistica sul numero delle pizze che vengono sfornate ogni giorno, posso comunque dire che nei circa cinquecento locali napoletani vengono mediamente tirate dai forni a legna ogni giorno un centinaio tra margherite, marinare e le altre decine di gusti».
Lei ritiene che la qualità della pizza verace sia rimasta sempre la stessa negli ultimi decenni?
«Dobbiamo dividere la storia della pizza in due periodi: quello che va fino agli anni Cinquanta-Sessanta con quello successivo.
Fino ad una cinquantina di anni fa c'era un maggiore rispetto verso la cultura della pizza. Poi è arrivato una sorta di periodo di decadentismo della pizza durante il quale ognuno ha cercato di inventare una propria pizza, esagerando nei condimenti. Ma ritengo che negli ultimi tempi si stia ritornando all'antico rispetto della tradizione napoletana».



La pizza doc battuta dalla pizza surgelata

Milano 30-08-06 (il giornale) - Nell'era pre-euro una Margherita in pizzeria costava mediamente 4mila lire; dall'introduzione dell'euro la stessa Margherita costa 5 euro. Insomma, il prezzo è più che raddoppiato. Il tutto a fronte di una spesa - da parte del pizzaiolo - che per gli ingredienti della Margherita è inferiore a un euro.
Ma guai a fare questo semplice «conto della serva» davanti a un pizzaiolo, perché lui vi dirà subito - brandendo un ciocco del suo forno a legna - che per lui il costo della Margherita non si limita a quello degli ingredienti (pasta, olio, sale, pomodoro, mozzarella e basilico), ma comprende un'altra lunga serie di voci ben più onerose che vanno dallo stipendio ai camerieri, all'affitto del locale. Tesi originale, non c'è che dire.
Comunque una cosa è certa, l'effetto euro sulle pizze è stato lo stesso di una punta di bicarbonato nella limonata: un'effervescenza (di prezzo) assolutamente incontrollata e, soprattuto, ingiustificata.
Uno scenario che ha concorso sicuramente a un sorpasso «storico»: quello della pizza congelata o precotta su quella tradizionale consumata al ristorante.
A dire il vero si tratta di un «sorpassino», visto che ci troviamo davanti a due percentuali quasi ex aequo: 2,2 kg contro 2,1 kg. Insomma, nel 2005 gli italiani hanno mangiato più pizza surgelata che artigianale. Su 4,3 kg annui consumati pro capite, 2,2 kg sono stati di pizza precotta e surgelata, mentre 2,1 sono i kg consumati in pizzeria. Il dato è fornito dall'Istituto europeo della pizza italiana (Iepi), che segue l'evoluzione del mercato e della qualità della pizza. «Numeri che colpiscono di più, se si pensa che prima del 1990 in Italia non si vendeva una sola pizza surgelata - spiega all'agenzia Adnkronos, Manuele Ceccarelli, coordinatore dell'Iepi - e che in soli 15 anni è stato raggiunto un risultato che per altri prodotti, come il gelato, è stato conseguito nell'arco di 30-40 anni».
Breve parentesi: questa del gelato è un'altra corsa al rialzo. Anche qui l'effetto-euro è stato devastante, la medesima coppetta crema e cioccolato che fino al 2002 costava mille lire, ora costa 2, 50 euro; chiusa parentesi, e torniamo alla pizza.
«Da una recente indagine risulta che il numero di esercizi e il fatturato dei locali sono aumentati di 10mila unità e di quasi il 10% negli ultimi due anni - sottolinea al Giornale il Centro Studi Fipe/Confcomercio -. Lo scontrino medio è di 13 euro e i coperti, grazie all'ampliamento delle sale, sono passati in media da 83 a 113. Il numero dei frequentatori, soprattutto giovani e famiglie, è passato da 3,9 a 4,4 milioni».
Ma nel contempo a «lievitare» sono state anche le pizze del supermercato, vale a dire quelle surgelate e precotte. Un boom esploso di pari passo con la crescita della qualità del prodotto e la convenienza di un prezzo che supera di poco un euro a pizza.
«La verità - continua Ceccarelli - è che la pizza artigianale è destinata a soccombere, perché quella industriale, fatta con dei tecnici che lavorano costantemente per migliorare il prodotto, sta diventando sempre più buona e conveniente. In certi supermercati paghi 0,99 euro per tre Margherite (meno di un euro per tre Margherite?



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