Molte migliaia di anni fa...l'uomo diventava agricoltore e raccoglieva i
chicchi di grano: quando ne aveva bisogno pestava questi chicchi e se ne nutriva...
Scoprì anche che poteva impastare quel grano macinato il più finemente possibile con
acqua, e arrostire quell'impasto, a forma di disco su pietre roventi.
I primi che fecero questo aprirono la strada alla conquista del pane, delle schiacciate,
delle pizze, e in seguito delle lasagne e degli spaghetti. Dal nomade inerme divenne
cacciatore e pescatore, poi ancora addomesticò alcuni animali perchè ci fu una specie di
patto di mutuo sostegno e con il loro aiuto l'uomo divenne anche pastore...
Quello che possiamo dire è che pane, focaccie e via dicendo sono insieme, all'origine
della stessa radice della nostra civiltà. quelle schiacciate di pasta arrostite sulle
pietre furono cotte, man mano anche in modo più comodo...
Il grande passo successivo fu quando venne scoperto il principio della lievitazione, e fu
inventato il primo forno.
Questo avvenne circa seimila anni fa, in Egitto.
In tutta la zona del vicino Oriente, chiamata anche la mezza luna fertile, dal Nilo
all'Eufrate, la storia aveva camminato più in fretta che nelle terre circostanti. C'era
stato chi aveva notato che l'impasto, per quello che genericamente era chiamato il pane,
veniva a volte invaso da forze misteriose le quali lo facevano gonfiare e poi guastare.
Alcuni consideravano impura quella pasta e la buttavano via, alcuni, invece, pensarono di
strumentalizzare il fenomeno:tutto dipendeva dalle concezioni religiose.
Gli ebrei, per esempio, erano tra i più rigidi e rifiutarono sempre il pane lievitato e
nei loro riti non era ammesso (ancora oggi, nella messa cattolica, si usa l'ostia non
lievitata come pane).
Gli egizi impararono, dunque, a utilizzare quella pasta, a cuocerla e a conservarne
qualche pezzetto per trasmettere ad altra pasta la stessa forza di crescere.
Gli egiziani inventarono il forno, di questo informazione certa, che era a forma di cono.
Il fuoco si metteva dentro, fuori si appiccicavano letteralmente i panetti: quando
cadevano voleva dire che erano cotti da una parte, ma venivano riappiccicati dall'altra
per completarne la cottura. Solo in un secondo tempo venne l'idea di dividere in due il
forno per mettere sotto il fuoco e sopra, per cuocere, le schiacciate di pasta e acqua
lievitate.
Questo cibo, intanto, aveva un carattere religioso unico, il punto è che certamente ci
furono pani in forme rituali, migliaia di anni fa, come offerte alle varie divinità e in
varie circostanze... ne troviamo ancora molti in uso in varie regioni d'Italia e in altre
parti del mondo, anche se si sono persi per via i significati votivi originari.
Tra questi pani ce n'erano anche di quelli arricchiti con olive, ciccioli di maiale,
antenati delle focaccie e delle torte rustiche di oggi; ce n'erano anche di quelli
arricchiti con miele, uvetta, pinoli, canditi, che sono diventati i vari panettoni,
pangiallo, pandolce, e via dicendo, delle diverse tradizioni...Come che sia, qualche
riferimento anche di carattere linguistico su quelle primitive schiacciate che
accompagnarono la vita italiana dall'età romana a quella medioevale e oltre, lo troviamo
proprio al passaggio emozionante dell'anno Mille, quando in tanti aspettarono la fine del
Mondo...Tornando a Napoli, verso il Mille si parla di lagano, ma compare anche il termine
picea, non sappiamo se in alternativa o per indicare una preparazione diversa, nel senso
di avere già il disco di pasta coperto da ingredienti colorati e saporosi prima di
mandarlo in forno; e compare subito dopo il termine piza: non dimenticando però che il
termine pizza indica anche oggi nel sud d'Italia non solo la classica pizza, la
schiacciata condita e mandata in forno, ma anche dischi di pasta ripieni e fritti, focacce
ripiene, o preparazioni analoghe...
Nel Seicento, in un'operetta deliziosa napoletana, il Cunto de li Cunti, cioè il racconto
dei racconti, serie di storie legate l'una all'altra a catena, ce n'è una intitolata
"Le due pizzelle", ma non si capisce esattamente che cosa siano, salvo il fatto
che almeno una è fatta con un disco di pasta ripiegato su un ripieno.
Bisogna ancora arrivare al Settecento per veder comparire la pizza delle pizze, quella che
ha fatto il giro del mondo: la pizza col pomodoro, in diverse versioni, ma sempre con
questa sua rosseggiante immagine.
La ragione di un così tardivo accoppiamento è la stessa che presiede alla nascita degli
spaghetti al pomodoro, che conquistarono Napoli (dove fino allora, contrariamente a quanto
molti credono il piatto più comune era una zuppa di cavolo e ritagli di carne); e poi
partirono alla conquista del mondo. La ragione che il pomodoro in Europa non esisteva fino
a quando non venne introdotto dall'America; e questo non avvenne in un giorno.
Passò un secolo e mezzo prima che gli europei scoprissero le virtù del pomodoro in
cucina e i napoletani i particolare ne facessero una loro bandiera culinaria.
Vedete, che solo in tempi recentissimi rispetto alle migliaia di anni che abbiamo marcato
prima, che nascono la pizza al pomodoro e gli spaghetti al pomodoro.
E questa pizza in particolare, per il nostro discorso, fu quello che conquistò tanta
popolarità ovunque, in un certo senso si è portati a distinguere tutte le pizze di ogni
parte del mondo come una ghiotteria a se stante...
Verso la fine del Settecento dunque si comincia, se non a mangiare, a distinguere in
particolare la pizza, a Napoli, prima che spicchi il suo volo nel mondo. E la rossa pizza
di pomodoro è anche quella che ridà interesse, e richiama l'attenzione su tutte le altre
pizze, tra le quali le prime probabilmente erano state quelle con aglio e olio a crudo, o
a cotto, quella con mozzarella e acciughe salate, quella coperta di pesciolini
minutissimi, detti cicinielli, che sembra anche una delle più antiche. E ancora si parla
di una pizza ripiegata a libretto che forse era una sorta di calzone, col suo ripieno.
Dobbiamo , ancora, arrivare al 1830 per avere notizia certa dell'esistenza di una pizzeria
vera e propria (fino allora i pizzaiuoli avevano solo dei banchi all'aperto) che viene
considerata la prima nata a Napoli, detta Port'Alba, perchè si trovava a fianco dell'arco
che da piazza Dante immetteva in via Costantinopoli.
Era una pizzeria con il suo bravo forno rivestito di mattoni refrattari e il fuoco
alimentato a legna.
In seguito, fu considerato ideale il forno rivestito all'interno addirittura con lapilli
vesuviani, più adatti ancora dei mattoni a toccare l'alta temperatura richiesta e ad
ottenere le migliori pizze.
La pizzeria Port'Alba, molto tempo dopo, divenne un ritrovo di artisti e scrittori famosi;
forse fu che D'Annunzio, sul piano di marmo di un tavolino, scrisse i versi di una delle
più stupende canzoni napoletane: A vucchella.
E tra i frequentatori illustri fu, certo, Salvatore Di Giacomo, che pure alla pizza ha
dedicato più volte i suoi versi.
Del resto sono tanti i poeti, gli scrittori, i musicisti, che in epoca moderna alla pizza
hanno dedicato qualche favilla del loro ingegno e del loro estro.
Se ne occupò anche estesamente il padre dei tre moschettieri, Alessandro Dumas, nel corso
di una serie di scritti di viaggio, una sorta di servizi di inviato speciale, raccolti nel
"Corricolo". Dumas mise insieme, sulla pizza, osservazioni acute e informazioni
cervellotiche.
Scrisse, ad esempio, che "la pizza è una specie di stiacciata come se ne fanno a
St.Denis: è di forma rotonda, e si lavora con la stessa pasta del pane. A prima vista è
un cibo semplice: sottoposta a esame apparirà un cibo complicato".
Aveva ragione, e quel riferimento alle schiacciate di St.Denis ci conferma che una sorta
di pizza è cibo universale... Dumas ricordava anche i vari tipi di pizza: il più comune,
quindi, nella prima metà del XIX° secolo; e cioè all'olio, al lardo, alla sugna, al
formaggio, al pomodoro, ai pesciolini (i cicinielli, appunto).
E dicharava, tranquillamente, che c'era anche una pizza detta "a otto" che si
cucinava una settimana prima di mangiarla. Aveva preso una grossa cantonata, la pizza a
otto, istituzione rimasta a lungo, forse ancora in auge ai nostri giorni, voleva dire la
pizza si mangiava subito ma si pagava a otto giorni di distanza, anche se questa
facilitazione costava in vero in qualche sovrapprezzo.
Finalmente, si parla molto di pizza anche in una celebre opera " usi e costumi di
Napoli" di un' autore di nome francese: il De Bourcard, che però era del tutto
napoletanizzato e che si valeva comunque dell'aiuto di un superesperto - diremmo oggi - il
cavalier Emanuele Rocco.
Solo verso la metà del XIX° secolo, ormai verso il 1850, cito dal testo: "La pizza
non si trova nel vocabolario della Crusca, perchè si fa col fiore (di farina) e perchè
è una specilalità dei napoletani, anzi della città, di Napoli (sentite il giusto
orgoglio patrio e la sottile polemica).
Prendete un pezzo di pasta (da pane), allargatelo e distendetelo col mattarello o
percuotendolo col la palme delle mani, metteteci sopra quanto vi viene in testa, conditelo
di olio o strutto, cuocetelo al forno, mangiatelo, e saprete cos'è la pizza. Le focacce e
le schiacciate sono alcunché di simile, ma sono l'embrione dell'arte".
Poi anche testo e numero le varietà di pizza più in uso: e sono quelle con aglio e olio
a cui si aggiungono origano e sale; con formaggio grattugiato, strutto, basilico; oppure
con pesce minuto; altre ancora con mozzarella, con prosciutto, arselle; e compare, ma non
in funzione di primaria importanza, il pomodoro. Così arriviamo alla fine del secolo, con
un episodio celebre, che bisogna pur raccontare nei suoi veri termini siamo esattamante
nel 1889.
Quella estate, il re Umberto I° con la regina Margherita la trascorsero a napoli nella
reggia di Capodimonte, come voleva una certa regola della monarchia, per fare atto di
presenza nell'antico regno delle due Sicilie. La regina era incuriosita dalla pizza che
non aveva mai mangiato e di cui forse aveva sentito parlare da qualche scrittore o artista
ammesso a corte. Ma non poteva andare lei in pizzeria, così la pizzeria andò da lei;
ciò chiamato a palazzo il più rinomato pizzaiolo del tempo, don Raffaele Esposito,
titolare della rinomata pizzeria Pietro il Pizzaiolo, che si trovava alla salita
Sant'Anna, a pochi passi da via Chiaia.
Don Raffaele venne, vide e vinse, utilizzando i forni delle cucine reali, assistito dalla
moglie donna Rosa, che era poi la vera maestra di pizze, la vera autrice di quelle
classiche che furono presentate ai sovrani (le cronache del tempo ci hanno informato di
tutto): una con sugna, che è una sorta di strutto, formaggio e basilico; una con l'aglio,
olio e pomodoro, e una terza con mozzarella, pomodoro e basilico, cioè con i colori della
bandiera italiana, che entusiasmò in particolare la regina Margherita, e non solo per
motivi patriottici. Don Raffaele, da bravo uomo di pubbliche relazioni, colse al volo
l'occasione e chiamò questa pizza "alla Margherita", il giorno dopo la mise in
lista al suo locale ed ebbe come si può immaginare innumerevoli richieste...
E questa è la storia vera; solo che la pizza alla margherita o pizza margherita, come si
incominciò a chiamarla, passava per una novità, una invenzione vera e propria, mentre si
sa che esisteva già prima. Non era considerata tra le più classiche e importanti però a
Napoli si faceva già.
Per esempio, per un'altra regina, la borbonica Maria Carolina che di pizza era ghiotta,
tanto che aveva voluto a corte, nel palazzo di San Ferdinando, un forno apposito. Carolina
amava molto la pizza bianca, rossa e verde, ma forse, se avesse potuto immaginare che
quelli sarebbero stati i colori dell'Italia unita sotto un'altra dinastia, che avrebbe
cacciato la sua, non ne sarebbe stata più tanto entusiasta...
Le due pizze che hanno fatto più strada sono la cosiddetta napoletana, uguale alla
margherita ma con l'acciuga; e la stessa margherita.
Però storicamente, l'abbiamo visto, altre precedono e vantano patenti di nobiltà, di
autenticità partenopea.
Tratto da:"Il libro della pizza" - ediz.Fabbri Editori
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